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FESTIVAL INTERNAZIONALE - XIX edizione


La rivoluzione del mondo, passa attraverso la rivoluzione dell'individuo.
(Ernesto Che Guevara)





Approdati alla XIXma Edizione di Udin&Jazz, ci si arroga a buon diritto la piena potestà della maggiore età, ben sa-pendo cosa ciò implichi, tanto nei confronti di un pubblico sempre più avvezzo ed esigente, quanto nei confronti d’un panorama culturale  costellato e stratificato da iniziative e proposte d’ogni fatta.
Una responsabilità affrontata partendo, pure in questa tornata festivaliera, dal  presupposto di una ricorrenza storica: se lo scorso anno avevamo colto l’occasione del quarantennale sessantottino,  quest’anno abbiamo pensato oppor-tuno agganciarci al  cinquantennale della Rivoluzione cubana di Fidel Castro. Parliamo di presupposti poiché siamo consci di come le dinamiche sociali, politiche e di costume, nell’incalzare di continui e costanti rivolgimenti, abbiano finito con il relegare un peculiare avvenimento accaduto in un passato storico recente, tra le confuse masserizie di un trascorso che, per tutte queste motivazioni e molte altre ancora, appare inesorabilmente lontano ed in un certo qual modo sbiadito… Ma è proprio grazie a questo distacco ideologico che oggi possiamo discutere di tali avvenimenti senza dover avvertire sul collo della storia il fiato corto della faziosità o delle prospettive forzate, fornendo adeguati supporti di comprensione e conoscenza.
E allora la scelta è venuta a cadere su Cuba, perché al di là delle ricorrenze rivoluzionarie, l’isola caraibica esprime uno dei più incredibili, variegati e spumeggianti universi musicali del globo; perché da sempre è una realtà multietni-ca, multiculturale e, di conseguenza, multi sonora, transarmonica e panritmica. Non esiste una Cuba musicale: ne esistono migliaia, i cui influssi si son propagati - come avremo ben modo di constatare attraverso questa caliente kermesse estiva - in ogni angolo del pianeta, con ripercussioni incredibili e rimandi inimmaginabili anche per le menti più fantasiosamente fervide.
Di queste svariate Cube musicali cercheremo di dare uno spaccato organico, pur sapendo che finiremo giuocoforza con lo scontentare qualcuno. Poco male, poiché nostra finalità sarà quella di accontentare i molti che da tanto richie-devano un festival così improntato, tra novità, Deja Vu, trasversalità e contaminazione. Sarà innanzitutto un festival agogico, nel senso che il motivo legante, in seno al tema base,  sarà rappresentato - come si conviene - dal  ritmo - inteso in tutte le sue innumerevoli declinazioni, e quindi sviscerato su ogni piano possibile. Eccitante sarà pensare di trovarsi fianco a fianco con alcune delle personalità più incredibili del vasto quanto esoterico mondo delle percussio-ni, capaci di migliaia di suoni nell’àmbito d’un’unica pelle. E se il mitico  Ray Mantilla, una delle colonne portanti del-la moderna sonorità metropolitana newyorkese, festeggerà qui il suo 75° compleanno, non potremo che gioirne e ballare assieme alla sue portentose sonorità salsa. Attraverso la muscolosità del rodatissimo ensemble dei Cubani-smo, formazione già nota agli orecchi autoctoni, gusteremo il più raffinato melange ritmico armonico pensabile,  tra tradizione e fantasia, vezzo solistico e compattezza collettiva, laddove Augusto Enriquez, spalleggiato da un nucleo trans generazionale di capaci strumentisti,ricreerà con filologica accuratezza le atmosfere dei tempi epici delle Mam-bo Orchestras stile Xavier Cugat, Perez Prado e Machito, non senza esentarci da sorprese e debiti cotillons (com-prese due piste da ballo poste ad hoc per gli animi più danzerini).
Posta su tutto un altro piano, totalmente piegata alla ricerca interetnica, l’ultima creatura di Omar Sosa, Afreecanos, metterà in luce un nuovo versante dell’indomita creatività propria all’indaffaratissimo cantante/pianista di Camaguey, qui alle prese con faccende d’ancestrale musicalità.
Ancor più sorprendenti i giovani ispiratori del gruppo Madera Limpia, capaci di sintetizzare, come nulla fosse, il son ed il changui con l’hip hop ed il reggaeton.  Arrivano da Guantanamo, località particolarmente cara a George Bush…
Da Ivrea giunge invece Maurizio Brunod, chitarrista che lo scorso anno vedemmo con il gruppo degli Enten Eller. In questa circostanza sarà tutta un’altra musica, nel senso che il duttile strumentista, coadiuvato da tre stelle del firma-mento cubano quali Calixto Oviedo, Virginia Quesada ed Eduardo Cespedes, più un pianista italico Enrico  Ca-ruso dalle forti propensioni latineggianti, ci proporrà un Latin Special Project che sarà molto molto Latin e molto molto Special, in barba agli esterofili più accaniti.
Altra proposta da tenere in debita considerazione la N.I.O.N. Orchestra, progetto di denuncia del sempre fertile Claudio Cojaniz. Musica densa, creata per porre a nudo l’ipocrisia di un mondo che, con buona pace dell’Onu e di quant’altri, tollera che governi di mezzo mondo continuino a perpetrare massacri e soprusi contro gli inermi e gli in-nocenti. Sulla falsariga dell’esperienza di Charlie Haden e della sua Liberation Music Orchestra, anche la N.I.O.N. (Not In Our Name) può far affidamento su nomi di rilievo, basti pensare a Cuong Vu, Giancarlo Schiaffini, Francesco Bearzatti,  Danilo Gallo e Zeno De Rossi, per un’interazione continua, operata in un ambito di Open Space Project. Il progetto N.I.O.N., una produzione Euritmica, avrà la medesima funzione che ebbe lo scorso anno la Adriatics Orche-stra, e cioè di dimostrare quanto la progettualità jazz in Friuli Venezia Giulia si stia situando su alti livelli d’elabo-razione creativa.
In mezzo a tutto questo cubaneggiare abbiamo trovato lo spazio per invitare quello che può, a buon diritto, esser considerato l’ultimo gigante dell’eterna avanguardia, della ri-evoluzione permanente.
Parliamo di quell’Ornette Coleman che da sempre, in piena e totale autonomia, continua imperterrito a portare a-vanti la propria filosofia estetico-musicale senza crisi d’identità o titubanza alcuna. Il suo armolodiare, ieri come oggi, cattura ed interessa, arriva sempre dritto al cuore ed alla mente degli uomini, facendoci comprendere che la rivolu-zione è sostanzialmente una necessità propria all’uomo creativo, un atto interiore di crescita e ridefinizione. Interes-sante il fatto che il sassofonista texano ritorni in regione ben 35 anni dopo la sua leggendaria comparsa nel com-prensorio del mitico ospedale psichiatrico diretto allora dall’illuminato Franco Basaglia.
E se il grande sassofonista sarà l'unico rappresentante della vecchia guardia nordamericana, il chitarrista statunitense Kurt Rosenwinkel, qui in interplay con una sezione ritmica da mille e una notte, ci delizierà con un sound tra i più freschi ed attuali di tutto il panorama chitarristico internazionale, sulla falsariga di quella stupenda tradizione che, partita da Charlie Christian, ha continuato a sfornare talenti a getto continuo sino ai nostri giorni. Di tutt'altra entità il Trio Trans Europe, in cui lo scatenato specialista delle sei corde gitano Christian Escoudè, avrà l'opportunità di intera-gire con la fulgida tromba di Marco Tamburini e lo stentoreo contrabbasso di Dario Deidda, per dar adito ad alchi-mie sonore ben trascendenti noia, scontatezza e furberia. Per chi non s'accontenta.
Per quanto concerne i quattro appuntamenti introduttivi sul territorio, abbiamo voluto approfondire il discorso già ini-ziato l’anno scorso, attraverso una serie di proposte di alta qualità. Se nel 2008 Giancarlo Schiaffini aveva saputo ostentare il suo volto più giocosamente orchestrale, quest’anno si presenterà, viceversa, nel contesto di uno stringa-to duo, assieme alla voce di Silvia Schiavoni, in un tributo al Futurismo, di cui ricorre il centenario. Conoscendo le doti arrangiative dell’eclettico trombonista, siamo certi che anche al Museo CID di Torviscosa, tempio della civiltà in-dustriale, egli saprà stupirci con effetti molto speciali.
Altro prosieguo quello impostato dal batterista U.T. Gandhi assieme al raffinato saxofonista sardo Enzo Favata. Lo scorso anno Favata lasciò un profondo segno attraverso sonorità che si rifacevano al Davis dei misteriosi anni ’70, il tutto condito con le voci ancestrali dei Tenores di Bitti. In questa circostanza, in quel di S.Giorgio di Nogaro, vedremo in azione una compagine sardo friulana, tesa a fondere e confondere creativamente gli umori di queste due terre, tanto geograficamente distanti, quanto unite e compattate da una comune e forte tradizione jazzistica.
A Cervignano il gruppo Mickey Finn ci condurrà nei meandri di un sound impostato tra rumorismo ed effettistica che dal minimalismo sembra approdare a Canterbury, passando per Flatlandia ed il soggiorno di Bill Laswell. Da sentire, poiché ne vale davvero la pena. Infine il Doline Trio del funambolico Zlatko Kaučič, uomo avvezzo ad abbattere qualsiasi tipo di barriera. Per l’occasione chiamerà all’appello la cantante turca Saadet Türköz, oltre al validissimo Giovanni Maier, lo staranzanese maestro insuperato del contrabbasso. Dire cosa ne sortirà è difficile. A Tricesimo per chi ha voglia e coraggio d’andare al di là del banale, in totale apertura.  
Ed ancora incontri e dibattiti: Gianni Minà, il noto giornalista Rai, cubano d’adozione, si porrà a disposizione del pubblico di Udin&Jazz per approfondire il discorso della civiltà musicale cubana, portando con sé filmati e documenti rilevanti. Il pianista Marco Fumo, assieme a Flavio Massarutto, andrà alla radice del proto jazz cubano, spiegando-ne evoluzioni e sviluppi. Non mancheranno, ovviamente, gli Afterhours  presso il noto Caffe Caucigh, la Mostra di Fotografia di Luca D’Agostino “Ritratti Cubani”, nonché il laboratorio Creativo istituito da Eupragma con tanto di jam session finale.
Ciliegina sulla torta lo stage vocale organizzato dalla cantante Barbara Errico, coadiuvata per l’occasione dal piani-sta Yuri Dal Dan e quello di percussioni afro-cubane condotto dal percussionista Ivan Ordiner



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